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UnicaCoscienza..InMiliardiDiFrammenti

L’Amore dice “io sono ogni cosa”. La saggezza dice “io non sono nulla”. Tra queste due scorre la mia vita. Nisargadatta Maharaj

Scritto il da unicacoscienza
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L’autoriflessione ci invita a distaccarci dalle certezze e a mettere in discussione i pensieri rigidi; ci ricorda, inoltre, che siamo esseri liberi, autonomi nel prendere le decisioni.

Poche dimensioni della crescita personale favoriscono questa connessione, tanto intima e tanto piena, con il proprio mondo interiore, per arrivare a chiederci cosa vogliamo davvero e cosa mette recinzioni tra noi e la nostra felicità.

Nessuno si sorprenderà nel sapere che gran parte dei guru dello sviluppo personale chiamano la coscienza autoriflessiva “l’arte dimenticata per via della psicologia”. Ciò si deve ad un motivo molto semplice: la nostra società è arrivata ad un punto in cui risulta molto facile dare la colpa agli altri o alla fortuna, piuttosto che avere il coraggio – o la capacità psicologica – di ammettere che la maggior parte di ciò che ci accade è una conseguenza, evitabile o inevitabile, delle nostre azioni.

“La vita è molto semplice, ma insistiamo a complicarcela”. Confucio

Mi sento sfortunato, perché il mio partner non è in grado di rendermi felice. Non riesco a costruire amicizie sulle quali fare affidamento, perché tutte le persone sono egoiste. Continuo a non superare l’esame, perché il professore ce l’ha con me. Non passa giorno senza che riesca a levarmi di dosso questa infelicità e questa frustrazione, perché il mondo, semplicemente, non sa apprezzare il mio valore.

A tutti sono familiari queste frasi, che rispondono alla necessità di trovare una causa o un responsabile. Senza dubbio avremo sentito questi discorsi da parte di un amico, di un familiare, di un compagno di classe o di lavoro. “L’arte perduta dell’autoriflessione” si trova all’origine di molti legami disfunzionali nelle famiglie, causa la rottura di relazioni affettive e i conflitti che nascono e si insinuano in molti ambienti lavorativi.

Se una persona non attiva la modalità di pensiero con cui mettere in discussione alcune situazioni, sarà molto insoddisfatta. Quando questa persona non è nemmeno capace di capire le sue emozioni, di imparare dagli errori o di essere responsabile per le proprie azioni con le loro relative conseguenze, vivrà in uno stato mentale in cui l’irriflessione genera un unico risultato: l’infelicità.

Autoriflessione: un viaggio verso l’interiore per raggiungere il benessere.

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22 May 2012 in Articoli

Le Olimpiadi nell’antichità: tra archeologia e storia.

di Giovanni Spini

seconda parte [leggi prima parte ]

Apriva i giochi la spettacolare corsa delle quadrighe, mentre per ultima veniva disputata l’oplitodromia (corsa con l’armatura oplitica). A partire dal 396 a.C., le gare atletiche furono precedute da competizioni fra trombettieri ed araldi; il criterio per giudicare i vincitori era la sola potenza della voce. Incredibile emulo del mitico Stentore fu il megarese Erodoro che vinse la gara dei trombettieri per ben dieci volte consecutive, dal 328 a.C. al 292 a.C.

Alle Olimpiadi erano ammessi solo uomini liberi di stirpe greca che dovevano giurare di essersi allenati per dieci mesi consecutivi (di cui un mese nella palestra di Olimpia) e che non avrebbero commesso scorrettezze durante le gare. Apro una parentesi per spiegare la ragione dell’importanza di essere “di stirpe greca”. Il Peloponneso e le regioni vicine subirono, intorno all’anno mille a.C. un’altra invasione indo-europea dopo quella degli Achei: quella dei Dori. Le tribù doriche (una di queste si chiamava dei Graicòi, da cui il nome romano di Greci e Grecia) ripercorsero la strada degli Achei da nord a sud, sopraffacendo le popolazioni locali, anche se avevano le stesse lontane origini.

La permanenza in questi territori non fu per niente facile, poichè si ritrovarono a dover continuamente combattere per mantenerne il possesso. Da qui la necessità di essere costantemente e nel miglior modo possibile, allenati fisicamente alla guerra, quindi a tutte le prestazioni atletiche ad essa connesse: la corsa, la lotta corpo a corpo, il lancio delle armi, l’uso del cavallo, ecc.. Se aggiungiamo a questo l’importanza dei miti divini nella loro cultura, per cui il vincitore era comunque un eletto, un prescelto degli dèi, che poteva avere il dono della luce solare e non sprofondare nelle tenebre del Tartaro, ne consegue che a coloro che dimostravano di vincere anche nelle competizioni sportive, spettava un destino di gloria sia terrena che dopo la morte. I Greci erano dunque gli eletti e solo a loro spettava di partecipare alle Olimpiadi. Da notare, inoltre, “solo uomini liberi”: le donne infatti non erano ammesse neppure come spettatrici e se vi sono nomi di donne negli elenchi dei vincitori di gare Olimpiche è solo perchè nelle gare ippiche i premi venivano assegnati ai proprietari dei cavalli e non all’auriga o al fantino.

Auriga di Delfi

La corsa dei carri : i carri da corsa erano a due ruote, leggerissimi ed aperti dietro ed erano trainati da due o quattro cavalli; l’auriga indossava una veste bianca detta xystis e guidava, di solito, stando in piedi, ma non mancano esempi in cui lo vediamo seduto quasi “a cassetta”. Nelle quadrighe, la corsa più spettacolare, solo i due cavalli al centro venivano aggiogati, mentre i due esterni erano uniti agli altri da una correggia, che li lasciava più liberi. Determinante era la bravura del cavallo di sinistra poichè doveva guidare gli altri nelle curve intorno alla meta. Perchè la gara fosse equa, un ateniese di nome Cleta inventò una barriera di partenza mobile, disegnata come la prua rovesciata di una nave, con un box per ciascun carro. Gli urti erano comuni, anzi abituali. Una volta in una corsa di 40 quadrighe solo una arrivò al traguardo. Dopo la gara, il proprietario del carro vittorioso veniva incoronato dall’ellanodico con foglie d’olivo intrecciate, tagliate con un’accetta d’oro sopra un tavolo d’oro e avorio e un araldo gridava il suo nome, quello del padre e quello della sua città. Alla 100° Olimpiade, nel 376 a.C., vinse per la prima volta la gara delle quadrighe una donna: Cinisca, sorella di Agesilao, re di Sparta, che si aggiudicò anche l’edizione successiva 4 anni dopo.

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